Rebecca è minuta, paffuta e ha più griffe addosso lei delle modelle. Indossa un paio di jeans che più che essere a vita bassa li definirei a ginocchio alto e una scollatura che dire imperiale è ancora poco. Comincia a sbobinare a me e a Barbara tutta la sua vita, sorride ed è autoironica. Simpatica, tutto sommato.
Il docente di linguistica arriva con un quarto d’ora accademico di ritardo. A loro è concesso tutto, dicono. È serio vestito di tutto punto e piuttosto di fretta. La mia fantasia prende la faccia del Bianconiglio e gliela mette addosso. Gli sta proprio bene, ma decido di togliermi dalla testa quella buffa immagine prima di scoppiare a ridere.
Torno nel mio contegno e scopro che Rebecca si è già insediata tra me e Barbara. Ci guardo, e penso che saremo proprio un bel trio. O almeno me lo auguro.
Il docente inizia già a spiegare il corso, suddiviso in due moduli, e rimango basita quando scopro che il secondo -con relativa tesina- servirà principalmente a lui perché è esattamente il suo ambito di ricerca. Che stupida, ancora mi stupisco di queste cose.
Il mio stomaco comincia a brontolare ma questo all’insegnante, tale Cortillizzo, non interessa per nulla. Si è perso nelle sue divagazioni linguistiche e ora chi lo ferma più; mi accorgo che Barbara lo segue a ruota, Rebecca se ne infischia e io… io che faccio? Decido di arrancare e provare a stargli dietro. Almeno il primo giorno sarà il caso di fare le persone serie.
All’improvviso gli suona il cellulare, ed ecco levarsi un grido dall’ala nord dell’aula. Effettivamente non sarebbe molto corretto, comunque… Lui esce a rispondere e la classe si trasforma in asilo nido. Volano aeroplanini, palline di carta e cose di cui è meglio non sapere l’entità. Si manifestano grida, mugugni e versi animali non meglio identificati.
Barbara se ne schifa. “Ma è possibile?!? Siamo all’università, per Dio, e io pago le tasse per ascoltare le lezioni, non per uscirne con il mal di testa!”
Il mal di testa, effettivamente, non piace neanche a me. Ora, però, nessuno sta facendo lezione, per cui in primis dovrebbe prendersela con il docente. Ok, ok stiamo zitte che, come dice il mio caro babbo, “bocca che tace n’azzitta cento”.
Rebecca, invece, sembra divertita dalla cosa. Anzi. Sembra proprio una bimba al luna park. Estasiata.
Ed ecco Cortillizzo tornare. Stranamente calmo. E infatti è solo la quiete prima della tempesta. Prende il microfono che si mette anche lui a fare i capricci, aspetta che inizi a funzionare e che l’aula faccia silenzio e poi… “AVETE FINITO DI FARE BACCANO?!?!?” urla con la giugulare gonfia di rabbia.
Istintivamente sorrido, da quanto è che non sentivo dire la parola baccano? Poi, però, mi accorgo che sono in seconda fila con un sorriso ebete molto fuori luogo, e così adeguo immediatamente la mia espressione alla situazione. Che è meglio.
Quando tutti chinano il capo lui afferma che deve già andarsene per un improvviso impegno, e stavolta tutti si trattengono dal giubilare.
Mentre il sosia del Bianconiglio esce indispettito, io chiedo a Rebecca e Barbara cosa intendono fare. Barbara dice che non intende provare la mensa perché l’hanno informata dello schifo che fa e che lei non intende mangiare certe zozzerie. Salutista, penso io. “E poi sono vegetariana”, aggiunge lei. Rebecca le dà manforte. E io mi adeguo.
Fuori piove e il toast non è un granché. La compagnia, però, sembra allettante.
Tutte ci raccontiamo spizzichi e bocconi delle nostre vite, curiose. Per ora ci scopriamo un po’, ma non troppo. E io in realtà faccio fatica a non raccontare vita morte e miracoli di tutto ciò che sono, ma scelgo di farlo. La mamma mi dice sempre di andarci con i piedi di piombo, e stavolta decido di ascoltarla. Scopro così che Barbara è fidanzata da un po’, fedele e legata alla stabilità, mentre Rebecca ama saltare di fiore in fiore e che io, io beh vorrei tanto trovare il principe azzurro, ma lui è impegnato a giocare a nascondino.
C’incamminiamo così verso l’ultima ora di lezione, Rebecca con una Marlboro in bocca, Barbara con una gomma da masticare senza zucchero e io… io prima con una Marlboro light e poi con due dietorelle panna e fragola. Niente male, eh?
Ci sediamo sulle panche di prima, quelle che ti fanno venire il culo quadrato perché sono in legno duro e che sono talmente strette che non sai dove metterti le ginocchia se non sul mento. E rigorosamente in seconda fila perché Barbara non può allontanarsi più di dieci centimetri dalla bocca dell’insegnante altrimenti non riesce ad appuntare quanti respiri e sospiri fa.
Passano cinque minuti, poi dieci, poi venti, poi Rebecca diventa una iena ed esce a fumarsi una sigaretta.
“Ma ti pare, è il primo giorno di lezione e questi docenti devono arrivare in ritardo? È scandaloso! Io non sono venuta qui per grattarmi altrimenti me ne stavo ben bene a casa mia!” esclama Barbara.
In effetti anch’io sarei un bel po’ stufa d’aspettare. Torna Rebecca, e c’informa di quanto ha sentito fuori “Il professore non c’è, è a una riunione del collegio universitario.”
“Ci vediamo domani” dico, senza riscuotere troppo successo però perché Barbara è intenta a sproloquiare contro i professori le tasse il sistema.
“Ciao ragazze, io vado” e stavolta essermi avvicinata ai loro timpani ed avere alzato i decibel ha contributo a farmi ascoltare.
“Ah, si certo. Ciao” dice Rebecca.
“A domani” aggiunge Barbara. E mentre sto per voltarmi aggiunge “Giulia? Non è che mi daresti il tuo numero di cellulare?” Mi volto, raggiante. Quasi non ci speravo più.
Glielo detto tutto d’un fiato e aspetto che anche lei faccia altrettanto, e poi lascio l’aula saltarellando come Cappuccetto rosso mentre sta andando a trovare la nonna.
Esco, e scopro che piove. Questo però Rebecca si era dimenticato di dirmelo. Pazienza.
Corro in stazione e, bagnata come un pulcino, riesco miracolosamente a sgusciare dentro il treno per tornare a casa.
E così il primo giorno d’università è andato.