martedì, 08 maggio 2007, ore 08:32
scarabocchiato da 1universitaria in vita, diario, università, pazienza

La speranza è l’ultima a morire, dicono. E io ce l’ho messa tutta affinché la mia in questa giornata non appassisse, ma o mi mettevano l’aureola in testa oppure era ovvio che avrei perso la pazienza!
Vado in fermata dell’autobus con la stessa allegria con cui Cappuccetto Rosso trotterella di qua e di là per andare a trovare la nonna, felice perché fuori c’è il sole e sarà una divertente giornata universitaria. Illusa.
La fermata dell’autobus è piena di gente e, contando che ne dovrebbe passarne uno ogni cinque minuti, direi che non è proprio un buon segno. Chiedo a una signora se è gia passato, e lei mi risponde “Secondo lei è passato?” indicandomi la schiera di belve inferocite pronte ad azzannare il conducente del prossimo autobus.
Dovrebbe mangiare un po’ meno yogurt andato a male, penso. Alla signora, però, non lo dico e le rivolgo semplicemente uno stizzito ringraziamento allontanandomi leggermente, in modo da non dover sopportare ancora quell’acidità.
Infilo l’Ipod con modalità di volume massima nelle orecchie, e addio al mondo. Lo so che quando avrò cinquant’anni e avrò la tessera fedeltà alla Amplifon capirò che incastrare le cuffiette nelle orecchie e alzare il volume come se tutta la gente fosse interessata alla musica che ascolto non è stata proprio una buona idea, ma fino a quel momento ho voglia di continuare a farlo, e godermi la musica sbattere lungo i miei padiglioni auricolari.
C’è sempre tempo per i rimpianti.
Ecco, finalmente, l’autobus. Mentre tutte si schierano contro l’autista io, schiacciata tra un tabagista dalla nascita e un gorilla da discoteca, e facendo io stessa attenzione a non schiacciare il chiwawa -alias topolino di città- che mi gira intorno alla ricerca dell’angolo giusto su cui farmi la pipì, lancio uno sguardo compassionevole e di piena solidarietà a quel pover’uomo che sta solo facendo il suo lavoro. Lui, però, non lo vede perché intento a destreggiarsi tra nonnine armate di borse pesanti come se dentro ci avessero infilati i massi di Stonehenge e il traffico metropolitano che a quest’ora diventa selvaggio.
Rischiamo un paio di volte di tamponare la macchina davanti, con frenate vigorose in modo che tutti caschino addosso ai vicini -ci manca solo tutti giù per terra e poi per oggi siamo apposto, penso-, ma finalmente arrivo in stazione, ovviamente in ritardo.
È inutile che io sia puntuale se poi è tutto il resto del mondo a essere in ritardo. Comunque.
Corro forsennatamente prima contro le macchine che arrivano da tutte le parti -e relativi autisti che mi maledicono i morti- e poi contro i turisti giapponesi che troverebbero affascinante anche il cestino dell’immondizia con i sacchetti colorati, infine salto gradini tre a tre rischiando di scivolarci sopra innumerevoli volte -la mia caviglia sentitamente ringrazia- per arrivare al binario numero sei.
Quando ci sono, completamente trafilata, entro per il buco della serratura su un vagone qualsiasi, salvo sentirmi strattonare e accorgermi poi che la mia borsa universitaria è rimasta inghiottita dalle fauci delle porte automatiche. Mi metto a schiacciare il pulsante d’apertura come una matta, e riesco così a mettere in salvo la mia bella.
Sono diventata più sudore che carne, però.
Trovo un posto a sedere ovviamente passeggiando sopra a piedi borse e gingilli vari, e chi trovo seduto lì, proprio lì, di fronte a me?

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martedì, 17 aprile 2007, ore 08:44
scarabocchiato da 1universitaria in vita, diario

Nonostante siano le sei e mezza del mattino e fuori sia ancora buio e non abbia dormito per più di cinque minuti di fila, sveglio la sveglia. Sono euforica.
Sembro una bambina in gita, e forse lo sono.
Nuova città, nuove amiche, nuova facoltà, insomma… nuova vita.
Arrivano però le urla di mia madre dall’altra parte della casa -abitiamo in un appartamento di 125 metri quadri, non una reggia. Questo ci tenevo a chiarirlo- “Giulia! E’ pronto il caffè!” che mi fanno capire che non tutti sono di ottimo umore come me.
Pazienza, non si può avere tutto nella vita.
Ancora infilata nel mio pigiama di flanella modello antisesso completo, calzo delle bellissime ciabattone e vado a bermi il caffè in cucina.
Ho bisogno di silenzio, quando mi sveglio e per almeno l’ora seguente, o potrei diventare un pericolo pubblico. E chi mi conosce lo sa, e bene. Oggi, però, sembra che io abbia mangiato una radio accesa perché sono una mitragliatrice di discorsi.
Mia madre, non abituata a tanto fragore mattutino, leva le tende prima del solito. Toglietele tutto ma non la sua routine.
Io accendo la tv, e vado su mediavideo per scoprire le trame delle mie soap preferite. Da piccola sono cresciuta a thé e Sentieri -non il latte perché già allora soffrivo di colite-, e crescendo direi di essere peggiorata. In tutti i sensi.
Finito questo rito mattutino vado a lavarmi, e poi torno nella mia stanza per scegliermi i vestiti. Dico sempre di aver voglia di allegria, di solarità ma alla fine, quando guardo il mio guardaroba, penso che potrei scambiarmi i vestiti con Mortisia. La colpa non è tutta mia, però. Mia madre sin da quando mi allattava diceva che il nero snellisce ed è elegante, e anche se lei è una taglia quarantadue e se sembra un altro po’ più snella scompare definitivamente, non l’ho mai vista colorata di fucsiagialloverdeacido. Comunque. Prendo un paio di jeans di quelli che ti strizzano da tutte le parti a tal punto che non puoi mangiare neanche una caramella altrimenti siamo in troppi qui dentro, e una maglietta un po’ più larga e nera che non evidenzi quel rotolino che esce che però a me fa proprio simpatia. È sintomo di vita, credo, perché io cadavere ci vorrei arrivare in tomba, non prima. E poi sono già talmente bianca che se mi sfiori mi rimane l’alone rosso per mezz’ora, se cominciano a vedermi anche le costole la gente crederà davvero che sia un fantasma o peggio.
Guardo l’orologio, è ancora presto. Che bello, raramente mi succede di scoprirmi in anticipo, di avere due minuti in più per sedermi in divano, sfogliare una rivista, mandare un messaggio o truccarmi in santa pace, e quando ciò avviene decido di godermeli al massimo. Come quando ti mangi un cioccolatino uno che forse una tic tac è più grande e allora decidi di assaporarlo tutto, lentamente, fino alla fine che arriva e arriva sempre troppo presto.
Mi rialzo, anche se si stava così bene in divano. Faccio mente locale, credo di aver preso tutto, spero.
Chiudo la porta di casa alle mie spalle, una nuova giornata universitaria inizia. E spero sia una bella giornata. Lo auguro a tutti quelli che si devono alzare presto, a quelli che pensano “ancora cinque minuti”, a chi vive e non si sente semplicemente in vita, a chi mangia un biscotto in più e ’fanculo la dieta, a quelli che ti regalano un sorriso anche se tutti sappiamo quanto si stava meglio a letto, a chi ama le sorprese e a chi le sa fare, alla vita che è meglio di chiunque altro è artigiana di sorprese, e a tutti coloro i quali sentono di meritarsi un buongiorno… buongiorno!

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lunedì, 12 marzo 2007, ore 16:01
scarabocchiato da 1universitaria in vita, diario, amicizia, università

Rebecca è minuta, paffuta e ha più griffe addosso lei delle modelle. Indossa un paio di jeans che più che essere a vita bassa li definirei a ginocchio alto e una scollatura che dire imperiale è ancora poco. Comincia a sbobinare a me e a Barbara tutta la sua vita, sorride ed è autoironica. Simpatica, tutto sommato.
Il docente di linguistica arriva con un quarto d’ora accademico di ritardo. A loro è concesso tutto, dicono. È serio vestito di tutto punto e piuttosto di fretta. La mia fantasia prende la faccia del Bianconiglio e gliela mette addosso. Gli sta proprio bene, ma decido di togliermi dalla testa quella buffa immagine prima di scoppiare a ridere.
Torno nel mio contegno e scopro che Rebecca si è già insediata tra me e Barbara. Ci guardo, e penso che saremo proprio un bel trio. O almeno me lo auguro.
Il docente inizia già a spiegare il corso, suddiviso in due moduli, e rimango basita quando scopro che il secondo -con relativa tesina- servirà principalmente a lui perché è esattamente il suo ambito di ricerca. Che stupida, ancora mi stupisco di queste cose.
Il mio stomaco comincia a brontolare ma questo all’insegnante, tale Cortillizzo, non interessa per nulla. Si è perso nelle sue divagazioni linguistiche e ora chi lo ferma più; mi accorgo che Barbara lo segue a ruota, Rebecca se ne infischia e io… io che faccio? Decido di arrancare e provare a stargli dietro. Almeno il primo giorno sarà il caso di fare le persone serie.
All’improvviso gli suona il cellulare, ed ecco levarsi un grido dall’ala nord dell’aula. Effettivamente non sarebbe molto corretto, comunque… Lui esce a rispondere e la classe si trasforma in asilo nido. Volano aeroplanini, palline di carta e cose di cui è meglio non sapere l’entità. Si manifestano grida, mugugni e versi animali non meglio identificati.
Barbara se ne schifa. “Ma è possibile?!? Siamo all’università, per Dio, e io pago le tasse per ascoltare le lezioni, non per uscirne con il mal di testa!”
Il mal di testa, effettivamente, non piace neanche a me. Ora, però, nessuno sta facendo lezione, per cui in primis dovrebbe prendersela con il docente. Ok, ok stiamo zitte che, come dice il mio caro babbo, “bocca che tace n’azzitta cento”.
Rebecca, invece, sembra divertita dalla cosa. Anzi. Sembra proprio una bimba al luna park. Estasiata.
Ed ecco Cortillizzo tornare. Stranamente calmo. E infatti è solo la quiete prima della tempesta. Prende il microfono che si mette anche lui a fare i capricci, aspetta che inizi a funzionare e che l’aula faccia silenzio e poi… “AVETE FINITO DI FARE BACCANO?!?!?” urla con la giugulare gonfia di rabbia.
Istintivamente sorrido, da quanto è che non sentivo dire la parola baccano? Poi, però, mi accorgo che sono in seconda fila con un sorriso ebete molto fuori luogo, e così adeguo immediatamente la mia espressione alla situazione. Che è meglio.
Quando tutti chinano il capo lui afferma che deve già andarsene per un improvviso impegno, e stavolta tutti si trattengono dal giubilare.
Mentre il sosia del Bianconiglio esce indispettito, io chiedo a Rebecca e Barbara cosa intendono fare. Barbara dice che non intende provare la mensa perché l’hanno informata dello schifo che fa e che lei non intende mangiare certe zozzerie. Salutista, penso io. “E poi sono vegetariana”, aggiunge lei. Rebecca le dà manforte. E io mi adeguo.
Fuori piove e il toast non è un granché. La compagnia, però, sembra allettante.
Tutte ci raccontiamo spizzichi e bocconi delle nostre vite, curiose. Per ora ci scopriamo un po’, ma non troppo. E io in realtà faccio fatica a non raccontare vita morte e miracoli di tutto ciò che sono, ma scelgo di farlo. La mamma mi dice sempre di andarci con i piedi di piombo, e stavolta decido di ascoltarla. Scopro così che Barbara è fidanzata da un po’, fedele e legata alla stabilità, mentre Rebecca ama saltare di fiore in fiore e che io, io beh vorrei tanto trovare il principe azzurro, ma lui è impegnato a giocare a nascondino.
C’incamminiamo così verso l’ultima ora di lezione, Rebecca con una Marlboro in bocca, Barbara con una gomma da masticare senza zucchero e io… io prima con una Marlboro light e poi con due dietorelle panna e fragola. Niente male, eh?
Ci sediamo sulle panche di prima, quelle che ti fanno venire il culo quadrato perché sono in legno duro e che sono talmente strette che non sai dove metterti le ginocchia se non sul mento. E rigorosamente in seconda fila perché Barbara non può allontanarsi più di dieci centimetri dalla bocca dell’insegnante altrimenti non riesce ad appuntare quanti respiri e sospiri fa.
Passano cinque minuti, poi dieci, poi venti, poi Rebecca diventa una iena ed esce a fumarsi una sigaretta.
“Ma ti pare, è il primo giorno di lezione e questi docenti devono arrivare in ritardo? È scandaloso! Io non sono venuta qui per grattarmi altrimenti me ne stavo ben bene a casa mia!” esclama Barbara.
In effetti anch’io sarei un bel po’ stufa d’aspettare. Torna Rebecca, e c’informa di quanto ha sentito fuori “Il professore non c’è, è a una riunione del collegio universitario.”
“Ci vediamo domani” dico, senza riscuotere troppo successo però perché Barbara è intenta a sproloquiare contro i professori le tasse il sistema.
“Ciao ragazze, io vado” e stavolta essermi avvicinata ai loro timpani ed avere alzato i decibel ha contributo a farmi ascoltare.
“Ah, si certo. Ciao” dice Rebecca.
“A domani” aggiunge Barbara. E mentre sto per voltarmi aggiunge “Giulia? Non è che mi daresti il tuo numero di cellulare?” Mi volto, raggiante. Quasi non ci speravo più.
Glielo detto tutto d’un fiato e aspetto che anche lei faccia altrettanto, e poi lascio l’aula saltarellando come Cappuccetto rosso mentre sta andando a trovare la nonna.
Esco, e scopro che piove. Questo però Rebecca si era dimenticato di dirmelo. Pazienza.
Corro in stazione e, bagnata come un pulcino, riesco miracolosamente a sgusciare dentro il treno per tornare a casa.
E così il primo giorno d’università è andato.

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giovedì, 01 marzo 2007, ore 08:26
scarabocchiato da 1universitaria in vita, diario, università

Scruto ogni persona che passa per capire di chi è la borsa che sto inavvertitamente custodendo.
Tiro un sospiro di sollievo quando scopro che non è di Miss Tiratela di Meno, e neanche di una ragazza che sembra la sorella gemella di un hobbit. Vedo una ragazza carina, minuta e sorridente e spero sia lei finché non la vedo dirigersi verso l’altra parte dell’aula.
Allora decido di chiudere gli occhi e di non aspettarmi più niente. Sto quasi per addormentarmi quando sento una voce molto vicina al mio orecchio dirmi “ciao”.
Le mie palpebre iniziano a muoversi come le ali di un colibrì. Voglio dare una buona impressione, voglio sembrare una persona brillante e simpatica.
Mi volto, e scopro che quel saluto è davvero indirizzato a me, ed è stata la padrona della borsa a rivolgermelo. “Ciao” le rispondo cercando di trattenere uno sbadiglio.
“Io sono Barbara, piacere”, dice sorridendomi.
“E io Giulia, piacere mio. Da dove vieni?”
“Io da Trieste e tu?”
“Io vivo in provincia di Venezia, faccio la pendolare.”
“Beata te, io invece ho dovuto trovarmi casa qui.”
In realtà non so chi stia peggio delle due. Fare la pendolare è molto faticoso. Comunque.
Cerco di deviare la strada chiedendole come mai ha scelto Padova.
“Perché è la più vicina a casa”
In effetti a una domanda ovvia c’è solo una risposta ovvia. Eppure mi sembra che anche a Trieste ci fosse Scienze della Comunicazione, o come viene chiamata dalle altre facoltà Scienze della Disoccupazione. Ora glielo chiedo.
“Scusami, ma a Trieste non c’era questo corso di laurea?”
“Non c’era comunicazione di massa, che è quella che voglio fare io.
Vorrei diventare una giornalista e una scrittrice. Sai, ho fatto il classico.”
Ecco, a me quelle che dicono sai, ho fatto il classico lasciando intendere che solo quelli che hanno fatto questi studi hanno la scienza infusa, proprio mi danno sui nervi. Ok, hai studiato al liceo classico, e allora?
Mi accorgo che mi la sua faccia sta assumendo le forme di un punto interrogativo, e allora cerco di lasciare andare questo pensiero polemico.
“Anch’io vorrei diventare una giornalista e una scrittrice”, le dico.
“Eh, mi sa che siamo in molti qui a perseguire questo sogno”, risponde indicando la platea pullulante di matricole.
E sorridiamo. Insieme. Forse sta nascendo un buon feeling, forse la frase di prima era solo uno scudo, forse diventeremo amiche. Forse.
Cerco di andarci cauta, ma è difficile per una come me. Una che fa i gradini a due a due, una che non aspetta che il tempo passi ma che lo rincorre lei, una che preferisce il cuore alla testa. Una che spesso va in guerra senza armatura. Una che rimane bruciata.
Arriva un altro insegnante, insegna sociologia. È un eccentrico, ma la sua dialettica m’incanta.
In una caduta d’attenzione osservo Barbara, anche lei rapita dal parlare di quest’uomo. È una bella ragazza, alta e magra, e sembra simpatica e dolce nonostante la riservatezza.
Torno alla mia lezione. Lui elenca libri, saggi, articoli da studiare per l’esame. Non so neanche da che parte cominciare!
Barbara si accorge della mia faccia in pieno allarme S.O.S. e mi corre in soccorso. “Non preoccuparti, mi sono già informata per come trovare i libri usati. E per gli articoli basta andare in biblioteca a Palazzo Giordano Bruno.” Per essere una fuori sede la conosce già bene Padova, altro che me che per arrivare dalla stazione a qui mi stavo già perdendo tre volte.
Il sociologo prende il suo cappello e ci sorride salutandoci. Da dietro arriva la voce che faccia il simpaticone, ma all’esame sia un gran bastardo.
Confido a Barbara che io sociologia non l’ho mai studiata.
“Non è difficile, non preoccuparti. Anzi, è molto interessante!”, dice rassicurandomi.
Noto che quando deve dare supporto, aiuto o consigli ad altri fa dei grandi sorrisi che danno un grande senso di pace.
Sentiamo una ragazza urlare con slancio “ciao Barbara!” ed entrambe ci giriamo.
Barbara ricambia il saluto, io guardo la nuova arrivata e penso già che non c’entri niente con noi. Sembro quasi già gelosa, sembro già sentire che il triangolo no, sembro già vedere qualcosa che cambia. Sembro.
Le prime impressioni non sbagliano quasi mai, ma io decido di ignorarle. Almeno per ora.
E mi presento a Rebecca.

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giovedì, 22 febbraio 2007, ore 21:02
scarabocchiato da 1universitaria in vita, diario, università

A volte la vita va in un certo modo ma non ti spiega il motivo, va così e basta. E io, di solito, le sono sempre tre passi indietro.
Prendiamo stamattina, per esempio.
Il mio orologio dice che sono le 8.10 e quindi che dovrei già essere alla mia prima lezione all’università piuttosto che di corsa per la città con una cartina in mano senza capirci troppo. All’improvviso mi imbatto in un edificio recante una targa con il simbolo dell’ateneo davanti al quale chiacchierano un gruppo di studenti.
Una ragazza con i codini mi sorride, e io colgo l’occasione per avvicinarmi a lei.
“Ciao, scusa è qui l’aula B di Scienze della Comunicazione?”
“No, mi dispiace è quel palazzo laggiù” e mi sorride ancora. Io ricambio, e m’incammino verso la direzione indicatami. Quando entro capisco che il sorriso di quella giovane era solo un gesto di compassione: chiamare questa struttura ‘palazzo’ è un complimento gratuito, una palafitta forse è meno umida e degradata. Cominciamo bene.
Decido che non voglio ancora scoprire come sono i bagni, non potrei reggere a tanto, e così mi avventuro tra i corridoi. Finisco in una specie di sgabuzzino, e i legamenti del mio ginocchio sentitamente ringraziano quando vado a sbattere contro una vecchie fotocopiatrice.
Quando hai una brutta giornata, l’unica cosa è aspettare che passi.
All’improvviso, senza sapere neanch’io come ho fatto, mi trovo davanti delle scale che indicano al primo piano l’aula B. Trovata. Entro mentre il docente sta già spiegando il programma del suo corso e cerco di sgattaiolare nel primo posto libero senza farmi notare. Quando credo di essere salva é la suoneria del mio cellulare a tradirmi. "Signorina non le é bastato arrivare in ritardo?!? Spenga il cellulare e dica al suo ragazzo di chiamarla più tardi!", tuona l’insegnante mentre tutti i presenti si voltano a fissarmi.
Vorrei tanto dirgli che mi dispiace ma io un fidanzato non so più cosa sia da troppo tempo, e invece mi limito a prendere le sembianze di un pomodoro pachino e a fissare con estrema attenzione i miei piedini non proprio da Cenerentola.
La ragazza accanto a me mi si avvicina ancora di più. "Non la prendere male, lui é fatto così. Io comunque sono Sara" "E io Giulia, piacere. Lo conosci bene?" "Chi, lui? Almeno da un anno visto che continua a bocciarmi." Ecco, la mia carriera universitaria è già segnata.
Tiro fuori il mio block notes, e l’astuccio. Scrivo come una macchinetta tutto ciò che esce dalla sua bocca, compresi sbadigli e sospiri. Dopo un’ora ho la mano indolenzita, dopo due non la sento proprio più.
Quando dice “la lezione è finita” mi sembra un miracolo. Mi sembra, appunto, perché nonostante la mia vescica stia scoppiando è già arrivata l’insegnante successiva che non è affatto intenzionata a graziare i miei bisogni fisiologici.
Inizia a parlare del suo corso e a elencare libri, dispense e pubblicazioni di cui lei è stata l’autrice. Sento di avere di fronte una persona colta, intelligente, brillante e sono orgogliosa di essere sua allieva. Ingenua. Non finisco di fare questi bellissimi pensieri che lei ha già iniziato a parlare dei libri di testo, e io prendo appunti certosinamente. Solo quando finisco di scrivere titolo, editore, autore e soprattutto il prezzo mi rendo conto che…sono tutti scritti da lei!
Penso a quante ore da baby-sitter mi dovrò accollare per arricchirla, e penso che sarà meglio cercarli usati.
Finisce anche la sua lezione introduttiva, e finalmente posso andare in…cesso. Cesso è l’unico modo in cui posso chiamare un magazzino di otto metri quadrati con un WC senza carta igienica! Ha perfino una finestrella che dà sul cortile dove tutti sono intenti a fumare. Io tento disperatamente di chiuderla senza successo, e quando non ce la faccio più me ne frego e faccio una pipì lunga quanto il Po mentre i miei peli pubici diventano dritti come stuzzicadenti per il freddo!
Torno in aula, e scopro che dove c’era Sara c’è una borsa diversa dalla sua. Una nuova ragazza si siederà accanto a me.
Mi siedo, curiosa, e aspetto di saperne di più.

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